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Yeshua

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LA CROCE DI SPINE

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Il complotto

 

Sono tanti i personaggi di "alto rango" inspiegabilmente coinvolti dalle narrazioni neotestamentarie nella crocifissione e nella deposizione di Gesù.

Sapendo raccogliere i segnali presenti tra le righe dei testi evangelici, si arriva alla conclusione che il movimento zelota, allontanandosi forse dall’iniziale purismo intransigente degli anni di Giuda il Galileo, per rendere più incisiva la propria azione possa essersi costruito un retroterra di appoggi, connivenze o semplici simpatie che attraversavano orizzontalmente la stessa struttura societaria del tempo.

Nei Vangeli, molti personaggi “insospettabili” vengono considerati di primo piano e il senso del loro coinvolgimento può sfuggire soltanto a chi è attento esclusivamente all'aspetto mistico e trascendentale dell'evento, ma non a chi intenda analizzarne l'attendibilità, la dinamica, gli obiettivi e le conseguenze del loro raggiungimento sul piano politico e storico.

Ecco, ad esempio, due personaggi di un certo spessore che appaiono improvvisamente nei racconti.

 

"Giuseppe d'Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio" (103); "C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù di notte e gli disse "Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio, nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui” (104).

 

Tra tali due personaggi, che parteciparono attivamente alle operazioni di deposizione ed inumazione della salma dell'uomo crocifisso, quello che più desta curiosità è il facoltoso e autorevole Giuseppe che viene indicato come oriundo della città di Arimatea… di dubbia esistenza (da alcuni identificata addirittura con Rama)!

Pur senza vendere certezze, è forte il sospetto che dietro a tale misteriosa individualità si nasconda un “complice eccellente” degli zeloti o un parente stretto della famiglia di Giuda il Galileo, visto che, nonostante il suo incarico sacerdotale, oltre che mettere a disposizione una tomba di sua proprietà, assume nella vicenda un ruolo di primo piano:

 

"Dopo queste cose, Giuseppe d'Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma in segreto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di poter prendere il corpo di Gesù, e Pilato glielo permise. Egli dunque venne e prese il corpo di Gesù. Nicodemo, che in precedenza era andato da Gesù di notte, venne anch'egli, portando una mistura di mirra e d'aloe di circa cento libbre" (105);.

 

"Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nella sua tomba nuova che si era fatta scavare nella roccia" (106).

 

Ancora più inquietante è poi quanto detto da Luca in merito alla presenza al seguito di Gesù di "Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode" (107), successivamente incontrata di nuovo addirittura tra le tre donne che visitano il sepolcro vuoto "erano Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo" (108).

Non dimentichiamo poi che a dire del quarto Evangelista, come accennato più sopra, uno dei discepoli di Gesù era così introdotto nell'ambiente del tempio, da autorizzare addirittura Pietro ad entrare nel cortile della casa del sommo sacerdote (109).

Nel racconto della passione e morte di Gesù appaiono dunque, in qualità di persone molto vicine al condannato, la moglie di un funzionario del tetrarca Erode, un membro ricco e autorevole del sinedrio, un capo dei Giudei ed un discepolo che è "di casa" nel cortile del sommo sacerdote .

Strani coinvolgimenti che, insieme ad un altra curiosa circostanza, conferiscono all’intera vicenda un aspetto di messinscena: normalmente la morte di un condannato alla croce non è determinata dall'emorragia (per la quale sarebbe necessario attendere molti giorni) ma dal soffocamento conseguente alla posizione imposta al corpo ed all'insufficiente sostegno allo stesso offerto dagli arti.

Infatti di regola, per porre fine all’agonia, al malcapitato venivano spezzate le gambe.

Ciò, stando ai Vangeli, non fu necessario per Gesù (o per chiunque altri si trovasse al suo posto), in quanto i soldati avvicinandosi per effettuare tale operazione, si accorsero che stranamente era già morto: "venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe" (110).

Tale repentinità fu così inusuale da stupire lo stesso Pilato, al quale Giuseppe d'Arimatea si rivolse per richiedere il corpo:  "Pilato si meravigliò che fosse già morto..."(111).

Può essere interessante, a tal proposito, notare che secondo alcuni, in antiche versioni greche del Vangelo di Marco, Giuseppe d’Arimatea nel chiedere il corpo di Gesù usa la parola "soma" che significa soltanto "corpo vivo" mentre Pilato nell'acconsentire usa la parola "ptoma" che significa cadavere (112).

Una morte così stranamente veloce ed una deposizione altrettanto sollecita, lasciano supporre che le persone vicine al condannato abbiano avvertito la necessità di sottrarre al più presto quel corpo alla croce e agli sguardi: prima che fosse pubblicamente riconosciuto e... prima che realmente spirasse!

Secondo i sinottici, durante il corteo verso il Golgota fu Simone a portare la croce mentre Gesù avrebbe dovuto sostituirsi a questo sul luogo della crocifissione: chi avrebbe potuto accorgersi di un’eventuale mancata sostituzione?

Contrariamente a quanto emerso nei secoli dall' "immaginario pittorico", secondo Luca il luogo era lontano da occhi indiscreti: "Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti." (113), mentre Giovanni, pur riferendosi al luogo detto "Golgota", parla di un giardino privato sito in esso al quale, in quanto tale, è da supporre che non vi fosse pubblico accesso: "... nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo" (114).

Ma di chi era il giardino se, a dire di Matteo, la tomba che si trovava in esso era di proprietà di Giuseppe d'Arimatea? Non è logico supporre che fosse di proprietà dello stesso?

Ricapitoliamo: Gesù, processato in una casa privata da un’autorità incompetente a giudicarlo, sarebbe stato consegnato alla massima autorità romana che, per volontà del popolo ebraico in preda ad una crisi di autolesionismo (il suo sangue ricada su di noi…), lo avrebbe fatto giustiziare da soldati romani, lontano da occhi indiscreti, nel giardino privato di un sacerdote membro del Sinedrio ebraico!

Una vicenda che avesse avuto un tale svolgimento non potrebbe che essere stata una farsa.

Eppure sappiamo che dietro ad essa si cela una vicenda tragica e reale che, in forma camuffata e praticamente irriconoscibile, ha lasciato un segno così profondo nella storia da resistere ai millenni.

Con ogni probabilità, l’assurdità dei fatti rappresentati nelle versioni dei Vangeli successive ai primi secoli, deriva dalle profonde alterazioni che, a più strati e riprese, hanno interessato in forma di correzioni e aggiunte l’impianto testuale precedente che, evidentemente, non si ebbe mai il coraggio di demolire e riedificare completamente: ecco il perché di una dinamica dei fatti così appesantita da apparire storicamente inattendibile oltre che folle!

I falsari dei primi secoli furono presi dall’ossessione di allontanare sempre di più la “buona novella” e il suo protagonista dalla vera vicenda storica di quel re crocifisso che dovette sconvolgere il mondo ebraico di quel tempo e che andava oscurata e dimenticata per sempre.

Per i fatti accaduti si cercò di assolvere sempre di più Roma condannando sempre di più il popolo ebraico, con la conseguenza di rendere progressivamente più grottesco il “balletto” dei coinvolgimenti, e le pronunce di incompetenza.

Le autoproclamazioni a Re dei Giudei o a Figlio di Dio non erano reciprocamente conciliabili nel significato originale delle rispettive espressioni: di conseguenza, l’accusa romana di lesa maestà venne mescolata sempre di più con quella ebraica di blasfemia e, diluendosi progressivamente in essa, perse valenza eversiva e pericolosità sociale, vaporizzandosi in una regalità celeste e universale di fronte alla quale divenne sempre meno comprensibile il coinvolgimento dell’autorità romana, l’oltraggioso accanimento dei soldati, la condanna, la pena inflitta, il titulus affisso sulla croce.

Quanto di storico si può salvare dalla favola della crocifissione di Gesù per meglio comprendere come finì l’avventura messianica di Giovanni di Gamala? Difficile dirlo.

Non si può nemmeno essere certi sull’identità dell’uomo crocifisso, forse Simone di Cirene o lo stesso Giovanni al quale, grazie ad un complotto, fu fatta salva la vita a patto di sparire dalla circolazione.

Dietro agli strati di falsificazioni sedimentate nel tessuto testuale neotestamentario, si nasconde comunque una dinamica dei fatti originariamente oscura, dalla quale sembra emergere, con ragionevole consistenza, l’apparenza di un intrigo.

Ci fu una croce ma forse nessun morto, oppure non fu Giovanni: questa è la sintesi dell’inquietante ipotesi alla quale perveniamo non per vena sensazionalistica ma per osservazione logica e critica del racconto dei Vangeli (115).

A conferma di ciò, si notino alcune altre strane incongruenze: "E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse "tutto è compiuto!" e, chinato il capo, spirò" (116).

L'aceto non stordisce, piuttosto rianima!

Era uno stimolante usato sulle navi romane per far riprendere le forze agli schiavi infiacchiti e, dai tempi più antichi viene somministrato ad uomini stanchi, feriti, fisicamente provati ai quali consente almeno temporaneamente di riacquistare energia.

Se l’effetto fu lo stordimento, è probabile che al posto dell'aceto fosse stata somministrata una sostanza soporifera come l'oppio o la belladonna, entrambe facilmente reperibili nella Palestina del tempo.

Ai soldati presenti e ignari del complotto l’uomo crocifisso sarebbe apparso in tal caso privo di vita, per le autorità conniventi sarebbe stata fatta salva l’apparenza e per il popolo distante e addirittura ignaro della vera identità dell'uomo crocifisso, l'esecuzione avrebbe avuto regolare svolgimento.

Abbiamo già parlato della richiesta e della concessione del corpo a Giuseppe d'Arimatea da parte di Pilato

Eppure, secondo la legge romana, ad un uomo crocifisso veniva negata la sepoltura, anzi, normalmente venivano posti uomini a guardia dei cadaveri per impedire a parenti e amici di prelevarli dalle croci dove dovevano restare esposti a corvi ed avvoltoi (117).

Perchè mai Pilato, la massima autorità del potere occupante, avrebbe dovuto violare la legge concedendo il corpo di Gesù a Giuseppe d'Arimatea e quale titolo avrebbe avuto quest’ultimo per richiederlo?

Un cadavere, se trafitto al costato da una lancia, non perde nemmeno una goccia di sangue ed acqua... eppure "... uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua." (118).

Forse davvero Pilato consegnò al misterioso Giuseppe un corpo vivo…

 

Grazie all’evidente intrigo che appare dalle smagliature testuali di un incongruente resoconto, al terribile erede davidico figlio del Galileo fu offerta la possibilità di allontanarsi dal palcoscenico della storia senza "pagare i danni" delle sue gesta, in cambio forse di una resa spacciata dai romani per schiacciante vittoria.